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Il Blog di Gin Castelli
Fermare i propri pensieri sulle pagine di un blog è un nuovo modo per meditare, ritrovare se stessi e i propri spazi. Stai leggendo il mio diario: ritratto semiserio di una donna molto pubblica e poco privata. Istruzioni per destreggiarsi fra mille impegni di lavoro e la famiglia!
lunedì, 30 marzo 2009
«E' uno schifoso bastardo, con lui ho chiuso!»
Lucia è visibilmente alterata anche se cerca di mantenere la calma. E' diventata rossa rossa in viso e sembra stia per esplodere. Perché quando viene a trovarmi in ufficio mi scombina le giornate?
«Lucia, adesso calmati» le dico «e raccontami cos'è successo. Andava tutto così bene!»
«Non è un uomo, è una merda.»
Mi viene da ridere a vederla così furente. Le trema persino il labbro superiore. «Non avrà mica lasciato la moglie per te, vero?»
«No!» mi risponde con forza «quello sarebbe il meno.»
«Ah, il meno? Ok, adesso respira e calmati. Non era lui l'uomo favoloso che ti riempiva di attenzioni e di regali?»
Silenzio.
«Eri così entusiasta di questa storia. Che sarà mai successo di tanto grave?»
Silenzio.
«Oltre al fatto di per sé - che io già ritengo grave - che fa le corna alla moglie, ma soprassediamo sull'argomento...» borbotto fra i denti.
«Ok. Insomma Lucia, vi siete mollati punto.»
«Non ci siamo mollati. Io l'ho mollato quello schifoso e non lo voglio più vedere!» Adesso la sua faccia ha preso un colorino verde che non mi piace.
«E' un porco. Un maiale, vizioso. Dovrebbe farle a sua moglie certe proposte.»
«Quali proposte?»
Adesso mi sto stufando. «Si può sapere cos'è successo una buona volta? Mica ho tutta la giornata da perdere io.»
«Mi ha portata in un locale per scambisti» risponde secca.
«Ah.»
Ho azzerato la salivazione. Mi siedo.
Si siede.
Deglutisco.
«E tu...?» faccio cadere lì la frase.
«No» dice scuotendo con forza la testa. «Mica sono scema. Non mi interessano quelle cose lì»
«Già.»
E adesso cosa le dico? Omioddio che situazione!
«Non senti caldo tu?» le dico togliendomi la giacca. Mi manca l'aria.
Lei aspetta.
«Hai ragione, è proprio un porco schifoso. Ci beviamo un caffè?»

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venerdì, 27 marzo 2009
291974180a6202656813lkt3Safilo, una morte annunciata: 780 persone presto senza lavoro!

Titola il Gazzettino del 17 u.s.: "Doccia fredda per le operaie Safilo di Precenicco e di Martignacco. Dalla sede centrale del Gruppo, a Padova, dove ieri si è tenuto il Cda aziendale e l’incontro con i sindacati friulani, Safilo ha annunciato ridimensionamenti paurosi per la provincia di Udine: taglio completo dell’occupazione a Precenicco che di fatto è destinata a chiudere (330 persone coinvolte) e taglio di 450 addetti a Martignacco. "

Ho diverse amiche che lavorano in quella fabbrica, attualmente in cassa integrazione fino al 31. Dopo, 780 persone rimarranno senza lavoro. Drammatico il pensiero che tante famiglie dipendono in toto da quell'azienda perché entrambi i coniugi lavorano lì. Speranze di prolungare? Solo una lenta agonia. Inutile illudersi: Safilo ha delocalizzato in Cina! Costa meno. Deve pagare i debiti.

E io m'incazzo. M'incazzo perché un paio di occhiali Safilo, prodotti in Cina a costo irrisorio, lavorati da cani (ci sono già precedenti) quindi di qualità scadente, verranno venduti come Made in Italy allo stesso prezzo che se fossero stati prodotti qui - perché la legge dice che se le ultime lavorazioni le fai in Italia puoi omettere da dove provengono. Ma è merda! Merda che paghiamo a prezzo pieno. E ce la cucchiamo tutta noi, senza sconti.

E ancora m'incazzo. M'incazzo quando entro in un negozio italiano per comprare un paio di pantaloni e sull'etichetta leggo Made in Cina; un pantalone che vendono a € 70,00! Ma se voglio un pantalone prodotto in Cina, tinto in colori tossici alla diossina, me lo compro al mercato con € 10,00 euro, non € 70,00. Se vado in un negozio italiano voglio acquistare merce italiana, frutto del lavoro di chi vive in questo paese. Come quelle persone che presto non avranno più un lavoro! E 780 famiglie sulla strada nella provincia di Udine sono un dramma. Udine non è Milano o Roma. E' una piccola provincia, che sta morendo.

Non ditemi che sono razzista. Perché non lo sono. Non ho nulla contro i cinesi, poveracci, fanno già una vita di merda senza che ci mettiamo a fargli la morale. Ma credo d'avere il diritto d'incazzarmi contro il sistema. Ho il diritto di dire NO a quei negozianti che pretendono di vendermi un prodotto scadente, come italiano, e  probabilmente anche pericoloso per la mia salute!

NO GRAZIE, QUI NON SI COMPRA PIU' MADE IN CINA!

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mercoledì, 25 marzo 2009
Una data che continuo a ricordare di anno in anno.
Ha segnato il mio destino.

Erano le nove di sera. Stavo rientrando da uno spettacolo di beneficenza che avevo organizzato insieme ad altri artisti - ballerini, musicisti e cantanti - con lo scopo di raccogliere fondi: un bambino di tre anni aveva bisogno di una particolare operazione agli occhi che facevano solo negli Usa e servivano parecchi soldi. Tre settimane di lavoro per una giornata di solidarietà. Ma ne valeva la pena. Lo spettacolo andò molto bene. Il bimbo poteva partire.

L'auto che possedevo all'epoca era una Dyane 6 color panna. Sicurezza zero. Non si usavano cinture, niente air bags. Stavo ferma ad uno stop in attesa di svoltare a sinistra: accanto a me c'era Andrea, il mio fedele amico bassista. Eravamo diretti al ristorante dove avremmo cenato insieme agli altri, quando all'improvviso un'auto che proveniva da dietro a velocità folle ci tamponò. Nessuno stridore di freni. Il botto fu tremendo.

Nemmeno il tempo per dire: Oddio!?
Fu un attimo. L'effetto rimbalzo ci spinse nella corsia opposta, inermi. Il frontale con un'altra auto era inevitabile. Lo sentii arrivare in faccia con tutta la sua prepotenza.

Ricordo ogni istante di quell'incidente. Ancora inebetita e con gli occhi chiusi mormorai: «Andrea! Stai bene?». Allungai la mano nel vuoto... per un attimo temetti il peggio. Poi sentii la sua voce fievole: «Sto bene, sto bene e tu?» Poi di nuovo: «Sei tutta intera? Hai qualcosa di rotto?»
Non capivo perché avesse quel tono stridulo, mi sentivo ovattata e il corpo era pesante, come un macigno.
Andrea insisteva: «Gin, le muovi le gambe? Prova a muoverle dai.» Lui aveva già capito...
Allora aprii gli occhi. Avevo il volante a due centimetri dal naso e la leva del cambio mi stava premendo sulla tempia destra. Ma come cavolo era finita lì? Sentivo voci provenire dall'esterno dell'abitacolo. Qualcuno stava battendo sul vetro: «Signorina! Signorina, mi sente? Mi guardi per favore. Sta bene?»
La sirena dell'ambulanza si stava avvicinando.
Se stavo bene? Mi sembrava d'essere tutta intera ma non ne avevo la certezza. Intorno a me c'erano solo lamiere accartocciate. Poi, all'improvviso guardai in basso nell'oscurità, verso le gambe... sentivo qualcosa in mezzo che mi schiacciava ma non riuscivo a realizzare cosa fosse. Era forse il motore? Era il motore dell'auto? Incredula guardavo quell'oscurità temendo quello che avrei potuto vedere. Oddio. Oddio. Le gambe. Il pensiero delle gambe spappolate mi fece morire la voce in gola. Le gambe. Sentii la mano di Andrea che prendeva la mia e mi tranquillizzava: «Stai calma, adesso ci tirano fuori, non ti preoccupare andrà tutto bene. Hai qualcosa di rotto?» Iniziai a piangere: «Non lo so... Andrea ho paura, non sento le gambe e mi fa tanto male la schiena» mi stava assalendo il panico. Io con le gambe ci lavoravo! Ero una ballerina, ballavo per mestiere. E se avevo qualcosa di rotto? Il solo pensiero mi faceva impazzire. Andai con la mente ad una mia collega che la settimana prima era stata presa sotto da un'auto sulle strisce pedonali. Ricordai - il pensiero in quei momenti è ingovernabile - che ero rimasta impressionata dal fatto che si fratturò entrambe le gambe e che sputò i quattro incisivi superiori. Mi portai la mano alla bocca: era piena di sangue. Una luce abbagliante mi colpì gli occhi e una voce maschile mi disse risoluta: «Adesso vi tiriamo fuori!».

Quando mi caricarono sulla barella mi si avvicinò un uomo: «Sono un medico. Lei è miracolata: ho visto tutta la scena dal marciapiede. Pensavo avesse le gambe tranciate. Si ricordi di accendere un cero alla Madonna!» Quel signore in seguito sarebbe diventato il mio medico di fiducia.
«Mia madre è là» gli risposi con i denti doloranti, ma lui mi guardò senza capire. «La mamma è in pellegrinaggio a Medjugorie...» Lui mi fissò assente. Non importava. Sapevo che qualcuno lassù mi aveva risparmiata. Mi voltai e vidi le lamiere contorte di quella che era stata la mia auto. Ero a pezzi ma ero viva! Ci volle un anno buono di cure mediche per rimettermi in piedi, un altro anno di riabilitazione e dieci anni di causa legale per ottenere il risarcimento danni. Persi ovviamente tutti i lavori che avevo in piedi. Saltarono i contratti con la tv. Qualcuno mi disse che non avrei danzato più. Ma la partita era appena iniziata.

Oggi ricordo quell'incidente come una grande opportunità di "svolta". Non lo capii subito ma da allora misi a frutto altri "doni" di cui ero stata dotata da Chi ci governa lassù e che negli anni a venire mi avrebbero portato tanta serenità.

Ecco, ho voluto condividere con voi questo giorno speciale che ancora al ricordo mi fa scendere le lacrime. Ma non di dispiacere. Di gratitudine.

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