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Il Blog di Gin Castelli
Fermare i propri pensieri sulle pagine di un blog è un nuovo modo per meditare, ritrovare se stessi e i propri spazi. Stai leggendo il mio diario: ritratto semiserio di una donna molto pubblica e poco privata. Istruzioni per destreggiarsi fra mille impegni di lavoro e la famiglia!
mercoledì, 08 aprile 2009
Non ho mai scritto sul terremoto del '76 ma credo sia importante per chi non l'ha vissuto capire come si vivono quei momenti, cosa ci si porta dietro, cosa resterà impresso nel conscio e nell'inconscio. Perché un terremoto è per tutta la vita! Trentatré anni fa in Friuli la terra tremava, si squarciava, inghiottiva le sue vittime. Non ci sono perché: accade. C'è chi si salva, c'è chi muore. Tante storie diverse testimoniano gli strani scherzi del destino. E chi sopravvive si chiede perché io sì e loro no? Perché la mia casa è intatta e altre sono rase al suolo?

Passano i giorni ma dentro rimane un vuoto senso di inquietudine che ti fa sobbalzare con il cuore in gola al minimo rumore, scoppio o boato che avverti. Il brivido corre lungo la schiena e ti chiedi se è lui, quel nemico invisibile che ti coglie alle spalle, spesso di notte. Ti chiedi se è tornato e se questa volta toccherà proprio a te.

E non c'è una giornata calda che non riporti un pensiero angosciante: che strano questo caldo. Sarà un preavviso di terremoto? Non vivrai più le stagioni come prima. Verrà tutto esaminato, analizzato, passato allo scanner. Perché la natura è imprevedibile e te ne rendi conto solo ora. L'uomo non è onnipotente come crede, ma solo un piccolo essere in balia degli eventi.

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martedì, 07 aprile 2009
Il 6 maggio 1976 in Friuli la terra tremava. Come in Abruzzo. Avevo 11 anni. E' passato parecchio tempo da allora ma il ricordo è sempre vivo.

Erano le nove di sera. Stavamo guardando uno sceneggiato alla tv, credo fosse "Il mistero delle 12 sedie" o qualcosa del genere (a proposito, non ho mai saputo com'è andò a finire?!). Insieme a me c'erano mia madre e mia sorella con il futuro marito. Mio padre era in Slovenia per delle cure termali e al suo ritorno avrebbe raccontato sconvolto di aver sentito tutto nonostante la distanza!

All'improvviso un rumore sordo e un forte sussulto ci gelarono il sangue. Mio cognato guardò l'orologio e con calma esclamò: «Che puntualità! E' il terremoto». Ricordo che lo guardai senza capire; era la prima volta che sentivo quella parola. Un attimo dopo l'inferno. Un boato che conservo ancora nella memoria uditiva, inconfondibile, come un ruggito. La scossa stava facendo ballare la casa come fosse su una grande giostra, facendoci perdere l'equilibrio. Dalla cucina ci precipitammo verso la porta di casa: mio cognato in testa, dietro mia sorella, ultima mia madre. Io seguivo la fila scioccata, rimanendo indietro. Nessuno si girò a guardare dove fossi. Troppa paura. Mi ritrovai la porta di casa chiusa, sbattuta in faccia dalla potenza dell'onda d'urto e rimasi lì davanti in preda al panico! Che fare? Di scatto afferrai la maniglia cercando di aprire ma le vibrazioni bloccavano la porta nello stipite. Spinsi con forza, girando il pomello finché la porta si spalancò sul giardino rivelando una straordinaria luna piena. Mai vista. Terrificante.

Correndo sul prato di casa avvertii una sensazione stranissima: sotto i piedi l'erba sembrava sabbia mobile. E i platani secolari, siti di fronte a casa, ondeggiavano le loro fronde piegandosi quasi fino a terra. Parevano di gomma. Poi di colpo il tremore si arrestò e venne il silenzio, irreale. Nell'oscurità rischiarata dalla luna non c'era  rumore, tutto taceva. Solo il pianto sommesso di mia sorella e mia madre che cercava di calmarla guardandosi attorno, cercando - finalmente - me con gli occhi.

La notte era molto calda. Nei giorni precedenti molti si erano accorti di quel caldo strano, fuori stagione. La terra sprigionava la sua energia e ci avvertiva dell'imminente esplosione: ma noi non eravamo in grado di comprenderla! C'era buio, nessuna luce in strada, l'energia elettrica era saltata. I vicini ci vennero incontro impauriti, qualcuno di loro indossava già il pigiama, uno addirittura era vestito solo con l'accappatoio: il terremoto l'aveva colto di sorpresa mentre faceva la doccia. L'agitazione era palpabile. Cos'era successo? Dove era successo? Cosa si poteva fare? Tante domande, poche risposte incerte. Nel '76 non c'erano cellulari e chi raggiunse il telefono di casa, sfidando la paura e il buio, trovò le linee interrotte. C'era solo la radio delle automobili a tenerci compagnia. Ma dalle emittenti nazionali non giungeva alcuna notizia. Ci mettemmo in paziente ascolto cercando le emittenti locali. Radio Alfa Nord ruppe il silenzio annunciando l'epicentro nell'osovano. Nessun ferito. Dopo qualche minuto precisò le località:  Maiano, Buia, Gemona, Osoppo, Magnano, Artegna, Colloredo, Tarcento, Forgaria, Vito D'Asio e molti altri paesi della pedemontana. E iniziò la conta dei morti: prima solo uno e poi, via via, a piccoli numeri tutti gli altri. Calò il gelo. I genitori di mia madre e i suoi parenti vivevano nella zona colpita dal sisma. Erano vivi? Dovevamo assolutamente saperlo. Mia madre con voce stridula ma tono fermo disse a mio cognato: «Metti in moto la macchina, noi andiamo là».

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mercoledì, 25 marzo 2009
Una data che continuo a ricordare di anno in anno.
Ha segnato il mio destino.

Erano le nove di sera. Stavo rientrando da uno spettacolo di beneficenza che avevo organizzato insieme ad altri artisti - ballerini, musicisti e cantanti - con lo scopo di raccogliere fondi: un bambino di tre anni aveva bisogno di una particolare operazione agli occhi che facevano solo negli Usa e servivano parecchi soldi. Tre settimane di lavoro per una giornata di solidarietà. Ma ne valeva la pena. Lo spettacolo andò molto bene. Il bimbo poteva partire.

L'auto che possedevo all'epoca era una Dyane 6 color panna. Sicurezza zero. Non si usavano cinture, niente air bags. Stavo ferma ad uno stop in attesa di svoltare a sinistra: accanto a me c'era Andrea, il mio fedele amico bassista. Eravamo diretti al ristorante dove avremmo cenato insieme agli altri, quando all'improvviso un'auto che proveniva da dietro a velocità folle ci tamponò. Nessuno stridore di freni. Il botto fu tremendo.

Nemmeno il tempo per dire: Oddio!?
Fu un attimo. L'effetto rimbalzo ci spinse nella corsia opposta, inermi. Il frontale con un'altra auto era inevitabile. Lo sentii arrivare in faccia con tutta la sua prepotenza.

Ricordo ogni istante di quell'incidente. Ancora inebetita e con gli occhi chiusi mormorai: «Andrea! Stai bene?». Allungai la mano nel vuoto... per un attimo temetti il peggio. Poi sentii la sua voce fievole: «Sto bene, sto bene e tu?» Poi di nuovo: «Sei tutta intera? Hai qualcosa di rotto?»
Non capivo perché avesse quel tono stridulo, mi sentivo ovattata e il corpo era pesante, come un macigno.
Andrea insisteva: «Gin, le muovi le gambe? Prova a muoverle dai.» Lui aveva già capito...
Allora aprii gli occhi. Avevo il volante a due centimetri dal naso e la leva del cambio mi stava premendo sulla tempia destra. Ma come cavolo era finita lì? Sentivo voci provenire dall'esterno dell'abitacolo. Qualcuno stava battendo sul vetro: «Signorina! Signorina, mi sente? Mi guardi per favore. Sta bene?»
La sirena dell'ambulanza si stava avvicinando.
Se stavo bene? Mi sembrava d'essere tutta intera ma non ne avevo la certezza. Intorno a me c'erano solo lamiere accartocciate. Poi, all'improvviso guardai in basso nell'oscurità, verso le gambe... sentivo qualcosa in mezzo che mi schiacciava ma non riuscivo a realizzare cosa fosse. Era forse il motore? Era il motore dell'auto? Incredula guardavo quell'oscurità temendo quello che avrei potuto vedere. Oddio. Oddio. Le gambe. Il pensiero delle gambe spappolate mi fece morire la voce in gola. Le gambe. Sentii la mano di Andrea che prendeva la mia e mi tranquillizzava: «Stai calma, adesso ci tirano fuori, non ti preoccupare andrà tutto bene. Hai qualcosa di rotto?» Iniziai a piangere: «Non lo so... Andrea ho paura, non sento le gambe e mi fa tanto male la schiena» mi stava assalendo il panico. Io con le gambe ci lavoravo! Ero una ballerina, ballavo per mestiere. E se avevo qualcosa di rotto? Il solo pensiero mi faceva impazzire. Andai con la mente ad una mia collega che la settimana prima era stata presa sotto da un'auto sulle strisce pedonali. Ricordai - il pensiero in quei momenti è ingovernabile - che ero rimasta impressionata dal fatto che si fratturò entrambe le gambe e che sputò i quattro incisivi superiori. Mi portai la mano alla bocca: era piena di sangue. Una luce abbagliante mi colpì gli occhi e una voce maschile mi disse risoluta: «Adesso vi tiriamo fuori!».

Quando mi caricarono sulla barella mi si avvicinò un uomo: «Sono un medico. Lei è miracolata: ho visto tutta la scena dal marciapiede. Pensavo avesse le gambe tranciate. Si ricordi di accendere un cero alla Madonna!» Quel signore in seguito sarebbe diventato il mio medico di fiducia.
«Mia madre è là» gli risposi con i denti doloranti, ma lui mi guardò senza capire. «La mamma è in pellegrinaggio a Medjugorie...» Lui mi fissò assente. Non importava. Sapevo che qualcuno lassù mi aveva risparmiata. Mi voltai e vidi le lamiere contorte di quella che era stata la mia auto. Ero a pezzi ma ero viva! Ci volle un anno buono di cure mediche per rimettermi in piedi, un altro anno di riabilitazione e dieci anni di causa legale per ottenere il risarcimento danni. Persi ovviamente tutti i lavori che avevo in piedi. Saltarono i contratti con la tv. Qualcuno mi disse che non avrei danzato più. Ma la partita era appena iniziata.

Oggi ricordo quell'incidente come una grande opportunità di "svolta". Non lo capii subito ma da allora misi a frutto altri "doni" di cui ero stata dotata da Chi ci governa lassù e che negli anni a venire mi avrebbero portato tanta serenità.

Ecco, ho voluto condividere con voi questo giorno speciale che ancora al ricordo mi fa scendere le lacrime. Ma non di dispiacere. Di gratitudine.

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